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PISTE DI LACRIME   NELL'INFERNO SOVIETICO   SONO STATO L'ASSISTENTE DEL DOTTOR MENGELE
         
         
     
LE LETTERE DA AUSCHWITZ DI JANUSZ POGONOWSKI   "...E ADESSO MIO FRATELLO T'AMMAZZERA'!"    
 

prossime pubblicazioni
     
   

1) Antologia della letteratura popolare macedone
Vol. I Prosa. Favole, miti, leggende, detti e proverbi
(a cura di Augusto FONSECA
)

 

   

2) Nel paese degli erre-ci di Julij Borissovič MARGOLIN

Opera principale di Margolin, scrittore e filosofo ebreo-russo, composta dal dicembre 1946 all’ottobre 1947. E’ stata pubblicata, mai integralmente, nell’originale russo (New York 1952), nella traduzione francese (Parigi 1949) e in quella tedesca (Monaco di Baviera 1965); non è stata pubblicata in inglese, sebbene ne sia stata fatta a suo tempo (1953) una traduzione e mai pubblicata in ebraico, nonostante una sua traduzione sia pronta sin dal 1978.  Se nel “Libro nero del comunismo” (Editions Robert Laffont, Parigi 1997) si trova una significativa citazione dal libro di Margolin, invano se ne può cercare il solo nome nella recente pubblicazione di Anne Applebaum (trad.it: “GULAG storia dei campi di concentramento sovietici”, Mondadori, Milano 2004). Scrive l’Autore nella postfazione al libro: “Quello che io ho sofferto in Unione Sovietica è un incubo orribile. Mio preciso obbligo, e prima cosa da fare al ritorno in Europa, era di riferire quel passato e trasmettere le grida di aiuto di persone tagliate fuori dal mondo. E invece proprio qui tra le persone libere dell’Occidente, ho percepito la profondità della sventura di chi è rimasto tra i reclusi. Nel lasciarmi dietro il filo spinato dei Gulag, sono finito contro un muro di pietra, fatto di meschinità e tradimenti”.

 

   

3) Miti e leggende della Bulgaria di Ivan DžURENOV

 

   

4) "Finalmente salvo!..” di Ariel YAHALOMI

Nell’estate del 1946 Artur Dimant, ebreo-polacco nato a Zawiercie,  veniva rilasciato dal campo di detenzione britannico di Atlit, in Palestina, con un permesso di soggiorno nel Paese. Quel fatto segnava la conclusione definitiva del continuo sballottaggio da un campo di lavoro, e poi di concentramento, ad un altro, che l’Autore di queste memorie aveva dovuto sopportare, riuscendovi per fortuna, nei territori del Reich, a cominciare da Auenrode (autunno 1940), attraverso Auschwitz-Birkenau (autunno 1943) fino a Bergen Belsen (primavera 1945): dodici campi in tutto. Ma la situazione nel nuovo Paese non era poi molto diversa. Infatti, quando nel 1948 ebbe termine il mandato britannico e fu proclamato lo Stato d’Israele, immediatamente vi fecero irruzione unità militari di tutti gli stati arabi confinanti. Artur Dimant diviene cittadino israeliano e traduce in ebraico il suo nome e cognome: Ariel Yahalomi.
“I Tedeschi avevano cercato di distruggermi. In Palestina non cambiava molto, anche se adesso imbracciavo un’arma per difendermi. Dal punto di vista psichico questo aveva una grande significato. Ero appena uscito da una situazione disperata ed eccomi finito in un’altra simile, di nuovo a rischio altissimo. Ancora la guerra, e tutto lo scempio che essa comporta. È vero che non esiste una guerra buona, una guerra elegante. Ogni guerra, non importa quale, è disumana. Ma c’è, tuttavia, una differenza, a seconda se si è vittime braccate o persone libere con un’arma legale in pugno. Differenza enorme, questa, che solo può comprenderla colui che l’ha vissuta”.
L’Autore scrive le sue memorie sessant’anni dopo non solo al fine di esorcizzare un passato che non gli dà pace, ma anche per lasciare alle successive generazioni testimonianza di un’immane ignominia storica che gli uomini non dovranno mai più sperimentare.